#donne / Da 12 cm a 30 anni: la mia donna può andare scalza e rompere la clessidra!

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La simpatica devozione delle donne per le scarpe è arcinota. Sarà che molte adorano la fedeltà di un paio di suole, spesso destinate ad accompagnarle per più chilometri di quanto non faccia l’ennesimo amore. Insomma, un accostamento antico, come il mondo guardato da un tacco 12.

Poche settimane or sono però anche questa relazione è andata in avaria. Nel ciclone social è finita l’immagine pubblicitaria di un paio di calzature: una giovane donna, stesa sull’asfalto, con i pantaloni calati, che neanche nella testa della più sperduta delle logiche è in grado di rimandare all’idea di una donna semplicemente rovinosamente caduta in terra. D’altro canto, quale scarpa affidabile ti lascerebbe schiantare al suolo?

Quella che s’insinua, supportata da slip in vista, mani abbandonate lungo il corpo, nel buio accanto alla soglia di un marciapiede, è il disegno del capitombolo di una donna, costretta dalla tentazione malata, nelle grinfie di una violenza.

La scelta di un’immagine pubblicitaria facile da ricordare, che risponda ad uno stile semplice ed inatteso, è essenziale, e, senza bubbio, ne siamo al cospetto. Ma la pubblicità migliore non funzionerà se non è adatta al pubblico, ovvero se non centrerà il target che incarni il consumatore ideale che dovrebbe essere interessato all’oggetto della sponsorizzazione.

Ciò in premessa, il punto non è scandalizzarsi per la reclame, che non “mostra” nulla di inquietante. Nè precipitarsi a cliccare un tasto per attivare una segnalazione ad un social, che non distingue un seno nudo che nutre un bambino e lo “banna”, potrebbe effettivamente essere utile.

Quelle scarpe che hanno riempito le piazze contro la violenza sulle donne, sono state snaturate, ma lo scalpore pesca nel destinatario: che donne siamo? La maggior parte di noi che donne appaiono?

Donne che ambiscono a sedurre spingendo l’uomo al limite del lecito corteggiamento? Donne che si pensano irresistibili con un paio di scarpe fino a finire stese per terra?

La gestione della libertà conquistata a cavallo delle rivoluzioni culturali che hanno ricollocato la donna nella famiglia e nella società a lungo andare ha prodotto effetti collaterali: peccati di cattivo gusto, di scarsa stima, di superficialità, ma ha comunque udito un urlo corale nell’impossessarsi del celebre slogan “we can do it!”. Questo perché l’evoluzione femminile non ha seguito un percorso lineare; essa quindi non si può considerare un processo omogeneo per tempo e per spazio, ma una break event point l’ha segnato: siamo libere, come tutti gli esseri viventi nascono in natura!

Ad oggi, il femminismo spinto non mi convince, così come certe forzature della nomenclatura in “a”: “assessora”, per fare un esempio, è una tutela linguistica ridicola, alla stregua delle “quote rosa” di cui le donne possono fare a meno, benché in politica siano ancora tenute a margine e, probabilmente, temute, forse, per una più spiccata inclinazione alla lealtà.

Ho qualche problema anche con il termine femminicidio, esclusivamente perché dovrebbe essere difficile una classificazione di un’atrocità da condannare, invece, ad ogni livello. Diverso per il termine è l’intento paradigmatico di un fenomeno sommerso ed inquietante: se la società ha bisogno di questa definizione come lente di ingrandimento, per sapere che ancora ci sono miseri esseri violenti, con chiari problemi di gestione emozionale, che non sanno governare la delusione inflittagli da una donna non più remissiva, ( anche se credo che sia solo ignavia!) ben venga!.

Nel mio genere umano, non ci sono davvero differenze tra l’uomo e la donna: la mia donna, a cena fuori, può pagare il conto, ma non come un uomo, ma come una donna che invita l’uomo. La mia donna è una manager o una “bersagliera”, dirige e comanda come donna in tallier o in divisa, ma non come un uomo. La mia donna può fare l’insegnante, l’artista, la carpentiera e l’idraulica. La mia donna non sente necessariamente il bisogno di sposarsi per sentirsi completa, né tanto meno di una maturità spinta più dalle lancette dell’orologio biologico che da un reale desiderio: la mia donna, col suo compagno, fa i figli prima con la testa, poi col cuore ed infine con gli organi sessuali, perchè sa che per crescerli deve essere la persona che si aspettava di diventare, ovvero il migliore degli esempi e la più grande risorsa di amore ed intelligenza.

La mia donna lava i piatti, mentre l’uomo stende la lavatrice. Aggiungerei.

I dati di fatto confermano, purtroppo, che frequentemente, per ora, siamo alla giacenza in uno status ideale: le donne europee pare che in media dedichino il doppio del tempo al lavoro domestico rispetto agli uomini e qualora entrambi i coniugi lavorino “anche” fuori casa, la condizione riequilibra poco la distribuzione delle mansioni del circuito domestico.

Nonostante questo il #fertilityday è l’intuizione più “brillante” che ci abbiano dedicato.

La delusione, alla soglia dei trent’anni, di vedermi dedicare mere propagande che mi spingano ad immaginare le mie ovaie ed il mio utero dentro una classidra, dopo aver faticosamente maturato una concezione del tempo come un lungo divenire, in cui non si dovrebbero neanche festeggiare i compleanni, ha lasciato presto il passo ad un’altra prospettiva.

Il mio genere umano è abitato dei saltelli della “Filumena Marturano” di Soledad Agresti, in scena con la compagnia di Raffaele Furno “Imprevisti e probabilità”, che dentro un ring sfida i suoi fallimenti e le sue paure, le sue ansie e le aspettative di una felicità che non le ha mai bagnato il volto. Ci sono i passi delle insegnanti pendolari che dormono accucciate sui treni. Delle giovani universitarie con mani in tasca e borse pesanti a km di distanza dalla loro famiglia, mento fiero a realizzare le loro ambizioni lavorative. Ci sono le corse di Enrica per consegnare le sue sceneggiature e i suoi racconti all’ennesima casa editrice. Ci sono le nonne che continuano a coltivare orticelli per i loro nipoti, nascondendosi che anche la terra, in certi casi, non è più quella di una volta. E tanti, tanti altri ancora…

Ci sono anche quelli incerti di chi sceglie la prostituzione e la malavita. Ma sceglie. La mia donna sceglie. Sotto pressione, per necessità, per obbligo. Ma lo capite gente? Le mie donne scelgono. Quindi, invece di intercettare le pseudo debolezze di alcune, la fisicità prorompete di altre che non può diventare l’appeal di tutte ( ricordate che la Belladonna è velenosa!) . Invece di consigliarle di fare un figlio anche se sono disoccupate ed ancora in cerca di sé stesse, figurati se in grado di indicare la strada ad un altro esserino più indifeso di loro. Invece di chiederle ai colloqui “siete sposate?” o “avete intenzione di aver figli?”; se proprio dovete ritrarle, dovete dedicargli una giornata, fatelo prima che imbraccino la loro forza e “scelgano”.

Vi racconto così le donne del futuro, perchè pare che quelle del presente non le abbiano ancora capite: la mia donna può andare scalza e rompere la clessidra per riprendersi il suo tempo. La mia donna non si ripete “niente paura!”, al massimo lo sussurra ad un’altra persona.

PS – La prossima campagna sarebbe meglio destinarla all’uso del profilattico!