#ilmiogenereumano / Dialetto: trend topic per una #vitafelice

da

Quanti di voi l’altro ieri hanno avuto un motivo per gioire lascino il cursore ed alzino la mano sinistra. Quanti di voi ne hanno avuto ieri uno per soffrire mollino il mouse e alzino la mano destra. Quanti, pur non credendolo, di martedì o venerdì 17 ( o 13 se risentiste dell’influenza transoceanica!), si sono ritrovati in una situazione carina, disimpegnino l’una delle due mani da gesti apotropaici e le oscillino entrambe in aria.

C’è una linea sottilissima di demarcazione tra il Blue Monday, la superstizione ed il folklore e poi c’è una certa miopia che ci inciampa, rischiando di moltiplicare inedite “blue-week di tristezza”. Qual è poi la miscela: il blu, colore della quiete, il lunedì che è il giorno dello “scazzo collettivo” perchè si rientra a lavoro ( che poi cercate di non essere ridicoli che c’è gente che lavora anche il sabato e la domenica e, vi rivelerò un segreto: c’è anche qualcuno che lavora di notte o addirittura di Natale! Che roba!). Tutto farcito con la parte più buffa del folclore, un misto di soverchia fiducia e soverchio timore in elementi tanto validi quanto inconsistenti.

E dire che ci sono stati ad occhio e croce un paio di giorni peggiori, penso al lunedì in cui è morto Zygmunt Bauman ( 9 gennaio), oppure al giovedì in cui è morto il Prof De Mauro ( 5 gennaio). Al mercoledì in cui ricorreva il diciottesimo anniversario della morte di Fabrizio De Andrè (11 gennaio) o a quello in cui ricorreva il secondo anno dalla morte di Pino Daniele (2 gennaio). Nel contempo, tanto per non perderci il callo: licenziamenti, violenza di genere e in genere, profughi morti, italiani in manette, politici che aumentano i decibel delle loro inutili urla: e dire che chi ha ragione il più delle volte sussurra!

E’ un accenno, fare un elenco delle piccole e grandi tragedie che hanno amareggiato il vissuto o il ricordo dei primi giorni di quest’anno sarebbe altro impegno ( tra l’altro annovererei le nuove scosse in Centro Italia!). Questo smisurato pungolo iniziale, invece vuole solo proteggere dal gelo la mia teoria sul dialetto per combattere la tristezza. Una ricostruzione probabilmente avventata, supportata da un gennaio che ospita anche la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

In Italia, il dialetto, fino agli anni ’70/’80 del ’900 era una minoranza in senso specifico, ma non di fatto. La diffusione dell’italiano era decisamente inferiore all’uso delle lingue locali, ed anche la successiva espansione, l’ha resa protagonista in quanto “lingua scolastica”, più che come vera “lingua sociale”. Ciò vuol dire che le persone per comunicare, dunque per condividere e costruire usavano il dialetto, pur dovendo studiare l’italiano e rifuggendo, ufficialmente, da questa volgarissima forma linguistica.

Più cresceva l’italiano e con lui una sorta di vergogna, di rifiuto sprezzante del dialetto trovava spazio.

Sì signori, abbiamo tradito anche le nostre lingue, quelle che hanno fatto crescere i nostri “padri”. Fortunatamente, il rapporto si è poi capovolto: veicolata dalla ricerca artistica, dal bisogno di salvaguardare le origini, la curiosità, l’interesse si sono sovrapposti a quella convinzione circostanziale, capovolgendo l’atteggiamento nei confronti delle forme dialettali più disparate, finite al centro delle più accurate premure.

Un atto di rivoluzione culturale sospinta dalla voglia di ricordare chi siamo, da dove veniamo. Cosa c’entra tutto questo con la tristezza? La tristezza è un misto di disperazione e malinconia, che richiede guardare avanti, ma, perchè no, pescando nel passato, recuperando, come con un colino, ciò che vale la pena tener stretto.

Il dialetto ha tenuto in piedi i rapporti e, anche quando l’italiano piano piano riempiva i salotti e progressivamente le strade, continuava a dominare il focolaio, quell’ambiente domestico, che la cronaca ci ha rivelato essere anche il fulcro di indomiti malesseri, ma che in linea di massima è il rifugio dell’umanità. Un “focolaio” che si presta a significati anche più allargati, ma comunque nell’accezione di “riparo”; e quando la tristezza imperversa, o la negatività ci solletica, non è di una protezione che sentiamo il bisogno? Di quel dialetto che ci riconduce ad una dimensione familiare, che ci fa sentire a nostro agio che è, come insegnava De Mauro, la lingua dell’intimità?

E’ di amicizia, confidenza, familiarità che abbiamo bisogno contro la tristezza che isola e mette in un angolo, quando è esistenziale, personale, quando è la percezione di quei mali del mondo verso i quali ci sentiamo maledettamente impotenti.

Il mio genere umano parla dialetto, o quanto meno non lo dimentica e lo insegna ai suoi figli, e gesticola un po’ per supportare una comprensione quanto più allargata possibile. Il mio genere umano parla dialetto appena se lo sente, appena “sta nel suo”, si usa dire; e “stare nel proprio” significa semplicemente sentirsi in armonia con luoghi e persone. Questa eufonia è nemica della tristezza.

E poi, il mio genere umano, quando ascolta un racconto in dialetto vede colori, sente rumori, avverte odori, grazie a parole che riescono ad evocare concetti allo stato genuino che nessuna parola da dizionario potrebbe rendere meglio. E quando il cuore è così libero di immaginare, chi non sarebbe giulivo? E poi, siamo sinceri, io li ho visti quelli che allungano facilmente una mano chi sono, sono quelli che parlano dialetto, sono quelli che vogliono provare almeno a fidarsi del prossimo e ci entrano in intimità, subito.

Insomma, vale la pena considerare che il dialetto porta con sé la magia delle persone, ovvero quella parte più verace che li spoglia di ogni artificio: e quando possiamo realmente essere noi stessi, non siamo forse più felici? Arrendetevi all’evidenza, “basta poco che ce vò!”.