#leggeCirinnà / “Unioni civili”: bevete il veleno di “Romeo e Giulio”

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Non fino ad ora, ma oggi sì. Oggi che questo mio sì si aggrega idealmente ad altri 372, contestualmente più decisivi, che hanno portato a licenziare, finalmente, la legge sulle “Unioni Civili” la “Legge Cirinnà” in Italia, ripenso allo spettacolo a cui ho assistito, qualche mese fa.

Ripenso che mentre molto lontano da qui, in quella America a cui il Bel Paese si è tanto ispirtato, esiste da sempre il “Diritto alla felicità”, più o meno condivisibile o rispettato, in questa terra circodata dal mare, dunque col mito delle più larghe vedute e confini, era racchiusa in tanti emblematici e tragici finali la storia di molti “Romeo” e “Giulio”.

Sono uniti che questi due nomi, di shakespeariana memoria, danno vita a “Romeo e Giulio”, lo spettacolo andato in scena nel piccolo Teatro Bertolt Brecht di Formia, con appena una cinquantina, forse, di posti a sedere, ed un palcoscenico neanche rialzato di qualche centimetro da terra, senza un sipario, ma con una travolgente spinta emotiva, rappresentando una lettura “omosessuale” del più grande trionfo tragico d’amore. Il tutto per la regia di Sofia Bolognini, autrice del testo, e la musica di Dario Costa, con un formidabile cast: Gianluca Paolisso, Mauro de Maio, Andrea Zatti, Sofia Bolognini, Riccardo Averaimo, Aurora di Gioia, Gabirele Olivi e Nicole Petruzza.

Uscendo da quello spazio culturale, i miei occhi erano così commossi, come per tanti altri spettatori ( alcuni dei quali con cucita sulla pelle la vicenda!) e la testa così affollata di pensieri e di domande, che pur volendo non misi dito su tasto.

Era stata la violenza a sconvolgermi a quel modo; quella esercitata, e finemente inscenata, da chi non comprende e ignora l’evoluzione della manifestazione dei sentimenti, perchè avvizzito dagli stereotipi culturali con cui è stato cresciuto, nel quale è rimasto imbrigliato senza mai ossigenare. Senza osare oltrepassare l’esempio di generazioni tradizionaliste, anche troppo, ed apprendere mettendo la testa fuori dalla finestra.

Una furia talmente grande acceca chi non comprende che è pronto a veder morire un figlio, o ancor più paradossalmente è in grado di accompagnare ad un gesto estremo qualcuno, senza immaginarlo, benchè mi sembri assurdo credere che chi ferisca qualcuno davvero non ne sia consapevole. Al punto che mi interrogo su quale sia la frustrazione in grado di “armare la mano” di chi intende demolire la felicità, la realizzazione altrui.

Perchè infondo la domanda che accomunava tutti quelli che avevano scelto di veder morire in quella piece Romeo e Giulio era la medesima: ma che male fa chi si ama?

Ed io aggiungevo: ma qual è quella comunità che ha bisogno di legiferare su un sentimento? Ma qual è quel posto dove ci sono donne che nel loro essere tali, nella deviazione del concetto di emancipazione, hanno estremizzato atteggiamenti fino a ridicolizzarsi, e non è concesso a due persone dello stesso sesso di amarsi? O meglio di dire al mondo di amarsi? Cosa significa per voi libertà? Muovervi in una società in cui i delinquenti vivono alla luce del sole e le persone perbene devono nascondersi come topi nelle fogne?

I paradossi amplificati dall’angoscia percepita in quei minuti teatrali incentrati a sfatare i luoghi comuni legati al mondo sessuale dalla perversione, al sadomaso, al bondage (che appartengono trasversalmente a tutti a prescindere dall’ “orientamento sessuale” – definizione questa che piace solo a chi ha bisogno di etichette per esistere) al coinvolgimento di persone in vista in un mondo immerso e sommerso per mantenere un altro volto imperante, mi rattristavano enormemente.

L’ Italia oggi è un posto migliore?

Comprendo che questo passaggio storico/governativo/politico offrirà delle garanzie a tutte le coppie ( omo ed eterosessuali) che desiderino essere riconosciute come tali, tutti i Comuni dovranno dotarsi di registri per le Unioni Civili, ed è pertanto normale che riecheggi entusiasmo e che si festeggi, ma un Paese non volta pagina così facilmente. E’ il disagio culturale, anzi il vuoto culturale che va soffocato. Sono le parole “frocio”, “gay”, “checca”, “ricchione”, “lesbica” che devono essere superate, ma non perchè offensive, ma perchè non ce n’è bisogno. La lingua italiana non è impietosa come chi la usa. E non è  una questione di vizi di forma.

Romeo muore. Giulio si suicida. Tanti sono gli annientamenti fisici e morali di corpi che finiscono vuoti inesorabilmente ai piedi dei loro aguzzini. Le responsabilità che ha la cultura, o meglio la sua assenza, non possono essere risolte solo da una Legge. Se accanto i teatri non si riempiranno dinanzi a spettacoli di questo tipo, in grado di cavalcare tutte le sfumature della realtà; se non si lasceranno andare le imbrigliature del pensiero, lo Stivale potrà anche mettere le zeppe, ma non saprà camminare. La famiglia religiosa, la famiglia costituzionale? Non sarebbe meglio ragionare sul “hic et nunc”: io “prego” ed “impreco”, ma al cospetto del buio mi s’impone di guardare alla vita e alla felicità che abbiamo il diritto di provare.

Questo ci permetterà di dire che ha “vinto l’amore”. Almeno quello per un altro essere umano. D’altro canto ci sono tanti altri amori da compiersi instradati su viatici ancora molto lunghi e tortuosi, per l’aria, per il mare, per la legalità, la giustizia e tanto altro. Chissà che il senso non sia la loro esclusiva ricerca, chissà…certo che l’amore non è mai scandaloso ed è sempre in diritto di essere difeso. Intanto bevete il veleno di “Giulio e Romeo”, magari ci potremmo riscoprire in grado di rievocare quel nesso stretto e pregnante tra teatralità e reattività sociale.