#omosessualità / Non esistono storie sbagliate: pagine di Tv, Chiesa e Politica in nome dell’ amore

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Alle finestre di questo Paese, qualcuno, inclinato sul davanzale, vede ancora passare sui marciapiedi “amori sacri e amori profani”. Giudicano con misero raziocino le gambe che scorrono lungo le strade del progresso emotivo senza misurare la fragilità dei mattoni di cui si montano i loro dogmi passionali. Come se mai facessimo riferimento alla più alta delle forme di libertà, come se non fossimo al cospetto di una forza esplosiva indomabile. Come se l’amore meritasse scherno e non inarrestabile assecondare. Sennonché nei “salotti”, nelle “camere” e in altre “stanze” dello stesso Paese, c’è chi ha deciso di lavorare allo smantellamento delle barbare convinzioni, sapendo che “l’amore ha l’amore come solo argomento”. Lo fa accogliendo il palesarsi delle pulsioni umane che si incanalano in una naturale evoluzione dei costumi.

Così l’educazione sentimentale di questo Paese, nella Repubblica della Tv, è servita a domicilio, passando anche per il dopopranzo italiano. La declinazione dell’ “intrattenimento”, infatti, ha aperto il sipario ad un arredo “arcobaleno” nel salotto di “Uomini e Donne” con Maria De Filippi, che è diventato una forma di indiretto “infotainment”. Abbracciando quel mutevole costume, infatti, l’intelligenza mediatica per eccellenza degli ultimi decenni, ha offerto l’esperienza di un “trono” per trovare l’anima gemella a Claudio, cogliendo, allo stesso tempo, l’opportunità di aprire uno spartiacque nella società che ancora non ha abbandonato l’accezione negativa di “omosessualità”.

Una strategia che non conosce irruenza, ma profonda sensibilità ed intuizione per agire con efficacia su una modifica del concetto di “normalità” che contempli tutti i gusti sessuali, sfruttando le pungenti dinamiche del piccolo schermo luminoso.

Così, mentre mediamente almeno la metà della popolazione prende il caffè e di questa a dir poco la metà, presumibilmente, ha la tv accesa, e, perlomeno, a sua volta la metà su quel programma tv, gli occhi ed il cuore fanno l’abitudine a vedere due uomini ballare, uscire e condividere gli attimi di una qualsiasi conoscenza.

Sembra di vederle, quelle “donne al lavello” afferrare la “rivoluzione”: si può non essere genitori, ma non si può non essere figli, e dalle mamme, emblema della più alta forma d’amore, passa l’affermazione del concetto di una felicità paradigmaticamente incontenibile. Così come passa la sofferenza dell’incomunicabilità di chi non ha fatto “outing” ma sceglie lo studio televisivo per sdoganare la sua vita. Quasi un “battesimo” per tornare a casa dalle proprie convinzioni.

Ed è proprio con un battesimo che altre “idee” hanno trovato nuova coniugazione. Per Tobia, nato con la tecnica della maternità surrogata in Canada, figlio di Nichi Vendola, ex-governatore della Puglia, e del suo compagno Eddy Testa, si sono spalancate le porte di altre “stanze”: quelle della Chiesa. Il piccolo, infatti, ha ricevuto il primo sacramento ( Auguri!) , nella chiesa di San Michele Arcangelo nel centro storico di Suio Alto, frazione termale del comune di Castelforte ( Latina ), da Don Natalino Di Rienzo, lo scorso 8 ottobre. Anche perchè, come ha sostenuto l’Arcivescovo di Gaeta Luigi Vari ai microfoni di TV2000, “non si rifiutano i sacramenti quando ci sono le condizioni per amministrarli”- ed ancora – “questo è un bambino che esiste e sta al mondo. Forse dovremmo tutti fermarci di fronte ai bambini”.

Insomma, “potere mediatico” e “potere ecclesiastico” a tu per tu con la fisionomia sociale in cambiamento, necessariamente d’altro canto. E la politica?

La “Camera”, lo scorso 4 ottobre, ha visto approdare l’interrogazione a risposta in Commissione 5-09671, presentata dall’On. Anna Maria Carloni e sottoscritta dagli On, Paolo Beni, Ileana Cathia Piazzoni e Giuditta Pini, alla quale ha alacremente collaborato il medico Psichiatra e Psicoterapeuta Manlio Converti, indirizzata al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Nel Paese che ha approvato, lo scorso 20 maggio, la legge 76, ovvero “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, garantendo alcuni diritti fondamentali alle coppie omosessuali e alle famiglie di fatto di qualunque orientamento sessuale, secondo quanto si legge nel testo dell’Interrogazione, ancora “per il sistema sanitario nazionale le persone omosessuali sono considerate ufficialmente «malate di mente», ancorché solamente con la specifica di «omosessualità egodistonica», sufficiente a permettere le cosiddette «terapie riparative» o «terapie di conversione» nonostante l’Oms dal 17 maggio del 1990 abbia chiarito che non esiste nessuna differenza tra persone di diverso orientamento sessuale ed abbia successivamente considerato le «terapie riparative» o «terapie di conversione» assolutamente prive di fondamento scientifico”.

Pertanto l’interrogazione è volta a sapere “se il Ministro interrogato non ritenga opportuno e doveroso aderire in modo chiaro ed inequivocabile alla norma dell’Oms in materia sulla completa depatologizzazione di omosessualità e bisessualità, escludendo l’omosessualità egodistonica dall’elenco delle patologie mediche e chirurgiche prevedendo così anche il passaggio immediato all’ICD 10CM;

se il Ministro non ritenga opportuno assumere iniziative per vietare le cosiddette «terapie riparative» già riconosciute, sempre dagli anni novanta, dall’Oms, come «forme di tortura senza alcuna base scientifica»;

se il Ministro non ritenga opportuno introdurre protocolli e buone pratiche per garantire accoglienza, promozione della salute, prevenzione, ricerca, terapie, anagrafica ed altri accessi;

se il Ministro interrogato non ritenga doveroso assumere subito iniziative che recepiscano – indipendentemente dal passaggio dell’omosessualità dalla categoria ICD 9CM a quella ICD, di cui in premessa – gli orientamenti espressi nella nota della World psychiatric association del marzo 2016, dando indicazioni affinché il Servizio sanitario nazionale si conformi ad essi, considerato che ciò avrà conseguenze in termini di norme di indirizzo e protocolli attuativi che le regioni devono poi stabilire ed approvare, nel pieno della loro autonomia”.

Davanti a questo “dipinto ottobrile”, mi taccio strizzando l’occhio a Watzlawick. Nella vita, ipso facto, tutto è comunicazione: quale che sia l’atteggiamento assunto da un qualsivoglia individuo questo diventa immediatamente portatore di significato per gli altri. E’ un messaggio e lo è anche il mio silenzio davanti alle tappe che la politica deve ancora intraprendere in “fatto d’amore” ( giacché il mio genere umano avrebbe saputo far a meno di una regolamentazione, ma quello esistente, a buon ragione, ne ha voluta una!). Ed è un’assenza di parole, di disappunto davanti al ritardo e alla distrazione che la politica finisce col registrare rispetto al passo del mio genere umano, che vorrebbe, invece, essere accompagnato, assecondato e, perché no, anche anticipato nel creare sempre condizioni di “sviluppo” propizie.

Già fin troppo lentamente procede il coraggio culturale, mentre diciamo addio a personaggi del calibro di Dario Fo e pochi altri se ne vedono nascere. Eppure vorrei che potessimo commuoverci tutti davanti alla semplicità dell’amore, senza ritrovarsi le bocche gonfie di sicurezze appassite mentre si chiudono gli scudi. Quando quelle labbra, scendendo per strada potrebbero essere l’inizio di un nuovo bacio, colorato, che faccia dire, indistintamente:«non finirà mai!».

L’amore fa strappare i capelli egualmente e a tutti chiede d’interrogarsi e soffrire quand’è perduto. Chi è al davanzale vede solo un tratto di quella strada, magari quello che si percorre a testa alta con più coraggio, sorretti solo da quelle mani che si intrecciano e si danno forza. Chi è al davanzale non vede da dove quella coppia viene, né dove è diretta. Se all’origine o alla meta c’è gioia o tormento: sappiate gioire di quell’amore a spasso, senza giudicarlo per le scarpe che indossa e “anarchia emotiva” sia, se ancora ci teniamo ai sogni e alla felicità.

Non esistono storie sbagliate e sono tutte più profonde di te.