#passioni&lavoro / “Manila” e “mamma Enrica”: il mio giovane genere umano può conquistare la “Terra Promessa”

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Esistono romanzi gialli, romanzi rosa, cronache nere ed altre bianche. Questo è un romanzo rosso di una storia rossa e tutto comincia da qui. Dalla copertina di “Manila” che urla al mondo «esisto anch’io!». Poi si apre e boom, è un “pop-up” che disegna la storia dell’omonima protagonista, dell’esordio della sua autrice Enrica Orlando e di tutti quelli che si ritrovino nell’una o nell’altra.

Manila è vittima dell’ignavia del mondo rispetto alla morte, metaforica o meno, di tutti gli uomi che ama. Perchè nessuno si prende la briga di dirti che l’esistenza e continuamente in braccio di ferro con la “non esistenza” che alle volte vince. Perchè tutti si fanno sorprendere dalle dipartite, come se non ne portassero un po’ con sé fin dal primo vagito. Così quelli come Manila alla fine la morte la ingoiano e la portano a spasso finchè non la vomitano e rinascono, grazie al coraggio di “Alcò”, “Lidiona”, “Capessa” e tutti quelli che hanno l’energia di catapultarti in faccia perle di saggezza in dialetto stretto e parolacce, liberantodi dalla sudditanza alla fragilità del mondo. Un certo “genere umano” non si può perdonare.

Enrica. Anche lei fa i conti con l’ignavia del mondo: è nata al Sud e vive “quasi” al Nord (sintomatico del non volersi arrendere totalmente ai clichè); è giovane ha appena 30 anni, ma non troppo perchè nell’immaginario collettivo sia sposata e con un paio di pupi strillanti per casa ( ma lei ha un compagno che le disegna “Manila” e “se ne fotte”!). Lei non fa spettacolo, lei lo ha studiato e l’ha criticato il palcoscenico. Enrica non è solo una scrittrice, sta anche dietro una macchina da presa.

Ecco perchè le storie sono due: Manila e la sua “mamma”. E ad un certo punto s’incontrano. Lo fanno, in particolare, quando leggi : “sinceramente non so neanche cosa voglia dire fare il lavoro della mia vita”. E pare poterla vedere, Enrica Orlando, a “masticare big bubble” per carburare sogni ad occhi aperti e veder realizzare il primo con “Manila”, frutto di un travaglio lungo e doloroso.

Si apre qui, quella ferita che riguarda tutti i giovani del mio “genere umano” preda del “dolore” che è via via sempre più “sordo” anche alle consolazioni, alle sciocche rassicurazioni.

Chi sceglie per lavoro la passione, che sia per il mare, per il cibo, o per qualsiasi altra cosa al mondo dovrebbe trovare nell’attitudine un’esaltazione, invece spesso trova un mero tormento. Figuriamoci realizzarsi attraverso la scrittura quale purgatorio possa rappresentare tra squali dell’editoria, produzioni web, self-pubblishing, che magari non ti tutelano, bozze cestinate solo dal titolo ( d’altro canto si sa se il titolo non funziona… !) e così via.

Sono (siamo) lì: schiena dritta, ma livida di bastonate. Sguardo fiero, ma velato di tristezza. Animo grande, ma angosciato di incertezze. Fermi lì in mezzo ad un mondo incasinato a costruirsi un presente dignitoso: chi ce l’ha più la presunzione di parlare di futuro!

Ruotano spesso su se stessi, mentre rimbalzano tra un sì, un no ed un forse. Mentre immaginano di poter superare un concorso con la loro preparazione o essere assunti da una chiamata diretta legata ad una grande considerazione del loro modo di mestierare. Ovviamente sognano. Costruiscono e demoliscono idee, disegnano e cancellano orizzonti: si tengono a galla tra le macerie di generazioni di lavoro “assegnato male o, al più, alla meno peggio”.

Sul web girano proposte che riescono a definire “lavoro meritocratico” un impegno di 24 ore su 24 a cercare notizie popolari e riscriverle per un totale di almeno 10 al giorno.

“E tutto questo c’entra?” si chiederanno in tanti. C’entra perchè so che c’è dietro a “Manila”, perchè conosco la sua genitrice e leggendolo vedrete come Manila si curi scrivendo: “date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza”, mi viene in mente rispolverando un vecchio adagio del “Macbeth” di Shakspeare. Quindi, non potevo non creare un espediente per parlare della vita che gira attorno ad un libro, così come intorno all’obiettivo di qualsiasi altro giovane che vorrebbe vedere il suo nome impresso su una soddisfazione lavorativa.

E’ quanto vale anche per Manila che è il caledoiscopio di tante crisi: quella famigliare, quella femminile, quella lavorativa. Quella esistenziale.

Ed è tutto quello che vorrei per i “miei giovani” ed il “loro lavoro”: li vorrrei rossi di grinta, spregiudicati come i torpiloqui che alle volte fortificano i concetti, convinti come “Enrica” che ha scritto la formula “The end” a quella fase della sua vita che, pensando al film “Alla ricerca della felicità”, titolerei “Non arrendersi!”.

Giocando d’anagrammi e qualche cancellatura “Manila” stessa ha le soluzioni: “anima”, “mani”, “amali”.

E così m’è parso subito un continuo suggerirmi: amiamoli questi giovani sempre troppo spesso abbandonati a sé stessi, nell’infinto oceano emotivo e nell’invisibile sky-line del fallimento lavorativo, sempre ingannevolmente troppo vicino. Crediamoci in questi giovani a cui offriamo lo spettacolo dell’abulia, dell’idolenza, usiamole le mani e l’anima per fargli capire che non è mai tutto perso.

“Manila” ed “Enrica” hanno varcato entrambe la soglia. Sono tornate entrambe a casa dalle loro convinzioni. Si può fare.

Ed è una porta che da sulla Terra Promessa, da “nessuno”, che neanche si chiami Nessuno, nè quella di Dio ad Abramo, ma quella intimamente autentica in ognuno di noi, che incarna un obiettivo, l’obiettivo. Quella che promettiamo a noi stessi, a cui decidiamo di condurre il nostro animo, il nostra laboriosità. Quel “Faber est suae quisque fortunae” (“Ciascuno è artefice della propria sorte”) di Sallustio, che ha poi inaugurato l’uomo rinascimentale, alla Giordano Bruno: intelligente, astuto, energico e pertanto capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre ed essere artefice del proprio destino.

Anche se il costo di notti insonni e giorni alla deriva può sembrare peggio di un’assegno in bianco da versare, bisogna proteggere i nostri progetti, i nostri sogni, più di altri quelli lavorativi, come fosse quel “bulbo nel vaso”, da abbracciare soprattutto al buio, come fa “Manila”, nonostante la domanda, che pende come una spada di Damocle: «qual è il mio posto nel mondo?». E quando vi chiedono: «che vuoi fare da grande?», fate come me, rispondete: «per ora sto decidendo chi voglio essere!».