#sisma / Terra e trama tremanti partoriscono il “genere umano del giorno dopo”

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Trema la terra e trema la trama di una storia che crolla e che cambia. Settimane di sisma hanno sovvertito suolo ed esistenze, lasciando spuntare vulcanelli e soffocare troppi fratelli. Pare che vibrino ancora le viscere di quella Terra nel cuore dell’Italia in cui continuamente contiamo un nuovo “giorno dopo”; lì dove lo stesso tremolino fa avvampare le interiora dei corpi percorsi dal vuoto della paura che deflagra nello stomaco.

Quella paura che azionata la logica fa scongiurare l’azione spietata dell’uomo dopo quella impietosa della natura e depreca la ridicola volontà di voler imputare tutto ad un castigo divino. Roba da chiedersi se poi Cristo avesse mai potuto usare queste parole. Quel Cristo che intendo emblema del sacrificio, vittima dei mercanti, poverello saggio o quanto meno alternativo, io l’ho visto: era ovunque, tranne che in queste parole di condanna all’amore. Forse l’errore è stato quello di lasciare giocare solo alcuni, impropriamente, col concetto di amore universale.

Ma davvero si può credere che il prezzo delle unioni civili siano delle morti barbare?

Quel Cristo l’ho avvertito nei bambini che si sono privati dei loro giocattoli più belli ed hanno chiesto ai loro genitori di inviarli ai coetanei momentaneamente più sfortunati. In un cacciatore che sembra sparare a se stesso, come ad uno dei “suoi Colombaccio”, per sfuggire ad un domani troppo lontano da quello che sognava, troppo distante dalla terra che avrebbe dovuto lasciare. Nei cani che hanno tratto cadaveri e corpi ancora vivi dalle macerie, quando i monaci si sono inginocchiati difronte a ciò che rimaneva della Basilica di San Benedetto, nel pieno del loro “ora et labora”. Vi giuro, non somigliava neanche un po’ a quella convinzione.

Eppure la gente m’è parsa arrabbiarsi più per la vignetta di Charlie Habdo – “Sèisme a l’italienne” – in cui le vittime del terremoto venivano paragonate a tre piatti tipici della tradizione dello Stivale: “penne all’arrabbiata”, illustrato con un uomo sporco di sangue; “penne gratinate”, con una superstite coperta di polvere e le lasagne come strati di pasta alternati ai corpi rimasti sotto alle macerie. Un atteggiamento, se non altro, piuttosto superficiale, da cui il “mio genere umano” ha preso le distanze: non si è scandalizzato perché conosce il senso dell’ironia pacata così come dell’invettiva sferzante. Sa che quando in Francia si parlava già di libertà di stampa, in Italia a malapena v’erano “avvisi e gazzettini” controllati dai poteri regi, ed anche oggi la situazione non è poi così cambiata . Insomma, il “mio genere umano” è quello che #jesuischarlie non l’ha scritto solo “pe’ crianz’” ( forma dialettale per indicare una sorta di educazione, una parvenza di buon costume).

Quindi il mio genere umano vanterebbe merdine gaudenti delle disgrazie altrui? No, a pensarlo sareste fuori strada. E’ solo che sanno con chi arrabbiarsi realmente e piuttosto chiedono qualcosa in più alla parola “prevenzione”.

Perchè ieri, oggi, domani e chissà quanti dopodomani sono il “giorno dopo” e quella persona anziana in pessime condizioni che si tiene in vita solo quando il cuore è forte si chiama Italia.

E’ il “giorno dopo” ed il Paese ossigena con il volontariato e si alza claudicante sulle stampelle di, medici/infermieri, vigili del fuoco e forze di polizia. E ciò che è più sconvolgente, oltre a tutto il dolore che continuiamo a vedere dagli schermi televisivi ( e non solo!) è che, nonostante la precarietà, “il giorno dopo il terremoto” andrebbe stigmatizzato: dovrebbe diventare un modo d’essere perpetuo nell’intenzione di mostrare sempre il migliore dei volti.

Nello spaccato di questa realtà si riversa tutto l’amore di cui gli “italiani” sono capaci: non solo i “patriottici” del 2 giugno, né esclusivamente quelli delle competizioni sportive, o delle frontiere chiuse. Sono quelli per cui l’altruismo appartiene al vivere civile. Sono quelli del “quante altre me nonostante più distanti da me”? Sono gli incolumi dell’indifferenza. Quelli che, a conti fatti, preferiscono le “mani sporche” a quelle “pulite”. Quelli che sanno che “il miglior modo di ricordare i morti è pensare ai vivi”.

L’eco delle furia di Gea chissà quanto altro ancora ci accompagnerà, quanto ancora la solida terra scuoterà le nostre precarie certezze. E’ difficile trovare delle ragioni alla natura, eppure non le si può dar torto. La natura accade, si trasforma e si manifesta nella sua maestosa potenza. Onestamente trovo soffocante l’indifferenza di qualcuno, che pur esiste, così come il dolore di altri ed anche il mio. Ma la gente che abita il mio futuro ha continuato a provvedere al prodotto a cui nessuno ancora aveva pensato per spedirlo nelle zone terremotate, perché n’è difficile frenare la spinta alla solidarietà. Ha fatto le sponde in enduro, facendo lo slalom su due ruote.

Il mio genere umano avrà sempre la memoria forte, non solo per le vittime del terremoto, ma perché la ricostruzione non diventi una vittoria di Pirro. Pertanto vorrei che il “popolo del giorno dopo il terremoto” fosse fermato in un’ istantanea per la veemenza con cui ha reagito, per la rete che ha creato in nome dell’altro e dell’avvenire.

Quando si fa forte il desiderio di cambiare, ma allo stesso tempo ci abbattiamo convinti che ogni tentativo sia inutile e che le situazioni, da quelle politiche a quelle sociali, non cambieranno mai, ricordiamoci del “giorno dopo il terremoto”, di quel coraggio e di quella solidarietà, perchè ho visto precipitare e inghiottire tante cose, ma mai la speranza. Quella addirittura l’ho anche vista impacchettare e spedire.

Il mio genere umano abita l’Italia del giorno dopo, è vero, ma lavora affinché funzioni meglio pure quella del giorno prima!